Professione social media manager nell’era dell’AI

Veronica Gentili è considerata come una delle maggiori esperte di Social Media Marketing in Italia e non solo.
Da oltre 14 anni si occupa di consulenza, formazione e divulgazione nel campo della comunicazione digitale. Ha scritto “Professione social media manager nell’era dell’AI”, edito da Hoepli nel 2026. Di seguito le risposte alle mie domande.

veronica gentili

1) Ciao Veronica, ci racconti i tuoi attuali focus lavorativi?

Ciao Francesco! A dire il vero lavoro su più ambiti in contemporanea: c’è la Veronica Gentili Academy con i corsi on demand, e c’è il Club, la community dove ogni mese aggiorno centinaia tra social media manager, freelance e imprenditori. Poi faccio consulenze per aziende, alcune anche molto grandi, e continuo a seguire personalmente alcuni account e campagne. Quella parte non la mollo, perché se smetti di avere le mani in pasta dopo un po’ ti ritrovi a raccontare un mestiere che non conosci più. Negli ultimi 2 anni ho anche passato tantissimo tempo a studiare l’intelligenza artificiale applicata al nostro lavoro, e da lì è nato l’upgrade del libro.

2) Come è strutturato “Professione social media manager nell’era dell’AI” e a chi si rivolge?

È un manuale uscito con Hoepli, si parte da chi è il social media manager e da cosa lo distingue dal “gestore di pagine”, poi personal branding e compensi. Cè un capitolo intero sull’AI: come usarla davvero, gli errori che vedo fare più spesso e la parte etica, quindi bias, trasparenza con i clienti, diritti d’autore e allucinazioni. Poi si entra nell’operativo con la gestione dei clienti, l’analisi e il social media plan, obiettivi e KPI, tono di voce e piano editoriale, advertising e budget, policy e gestione delle crisi, strumenti e report. Chiudo con preventivi e contratti, un tema su cui ricevo spesso e volentieri tante domande. L’AI comunque non resta chiusa solo in un capitolo, torna un po’ ovunque.

Si rivolge a chi vuole iniziare questo lavoro e a chi lo fa già ma sente di dover fare un salto, di professionalizzarsi e distinguersi dalla massa. L’ho scritto pensando anche agli imprenditori e a chi lavora nel marketing interno delle aziende, perché capire cosa fa davvero un social media manager serve anche a sceglierlo bene.

3) Quanto è cambiato il lavoro del Social Media Manager con l’arrivo dell’AI?

Tantissimo, e in pochissimo tempo. Faccio questo lavoro dal 2011 e non ricordo un cambiamento così veloce e così ampio, perché tocca davvero più fronti e attività. Oggi con un tool scrivi i copy, generi grafiche e video e programmi cento post in pochi minuti. Meta sta automatizzando quasi tutto il processo delle campagne e ci sono già Business Assistant avanzati che rispondono nei DM al posto tuo, prendono appuntamenti e catturano lead. Se il tuo lavoro era solo eseguire e pubblicare, sì, l’AI lo può fare e anche meglio di te.

Io lo vivo al contrario. Cose che prima mi portavano via mezza giornata adesso le chiudo in un’ora grazie all’AI, e quel tempo lo rimetto nella parte più importante: studiare, ragionare sulla strategia, sui dati, sul cliente. 

4) Quali attività affideresti all’AI e quali mai?

All’AI do volentieri tutto quello che è ripetitivo e porta via energie senza aggiungere valore strategico e ciò che si può automatizzare facilmente: le prime bozze dei copy, l’analisi iniziale di account, le varianti per le ads, la catalogazione dei dati di performance, i riassunti dei report, la lettura di centinaia di commenti per capire cosa chiedono le persone. È uno stagista bravissimo che non si stanca mai, però va guidato e controllato. La uso tanto anche per trasformare i miei pensieri: parto da un’idea mia, a volte da un vocale, e lei mi aiuta a farla diventare un post, una mail o uno script.

Non le lascerei mai la strategia, cioè decidere obiettivi, posizionamento, cosa dire e a chi. Nemmeno la relazione con il cliente, la gestione di una crisi o le risposte delicate in community. E non pubblicherei nulla senza averlo riletto e verificato, perché l’AI sbaglia più spesso di quanto si pensi o, peggio, banalizza concetti che vanno spiegati con attenzione.

5) Come stanno cambiando le competenze richieste dalle aziende?

Soprattutto nelle piccole e medie imprese, creare e pubblicare contenuti conta sempre meno, perché lo fa anche un tool (a volte, lo dico con un po’ di amarezza, meglio di certi sedicenti professionisti). Alle aziende serve qualcuno che capisca il loro business e sappia trasformare i social in risultati misurabili. Quindi basi solide di marketing, analisi dei dati, advertising, funnel. Serve anche saper ragionare come un content creator, capire perché un contenuto funziona, i formati, il ritmo. A questo si aggiunge l’uso consapevole dell’AI, che vuol dire saperle dare il contesto giusto e accorgersi quando sbaglia.

Poi ci sono cose che si sottovalutano sempre, come l’affidabilità, il rispetto delle scadenze e la capacità di spiegare al cliente cosa stai facendo e perché. Sul lungo periodo pesano quanto le competenze tecniche.

6) L’AI renderà questa professione più semplice o più competitiva?

Tutte e due le cose, e dipende molto da che lavoro fai. Per chi ha competenze vere diventa più semplice, perché si toglie di dosso la parte più noiosa e riesce a espandere il numero di cose che può fare in molto meno tempo. Per chi si limitava a eseguire diventa molto più dura, perché è proprio quello che l’AI fa già, e a costo quasi zero. Credo che i primi a sparire saranno i “gestori di account social”, quelli che si limitano a fare il compitino di di pubblicare post banali e poco coinvolgenti.

Sarà anche più competitiva, perché l’asticella si alza per tutti. Se chiunque può produrre un contenuto decente in cinque minuti, a fare la differenza sono la visione, la lettura dei dati e la conoscenza del cliente. Bisogna studiare di più, e aggiornarsi di continuo, perché quello che impari oggi già domani potrebbe essere già superato.  

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