Cos’è il marketing della felicità

Si dice che il buon marketing faccia sembrare un’azienda migliore, mentre l’ottimo marketing faccia sembrare migliori i clienti di quell’azienda. Ma che cos’è un “ottimo” marketing? Oggi vorrei scrivere di un argomento apparentemente difficile da spiegare come la felicità, indagandone le pulsioni al cambiamento, in contrapposizione al ristagno culturale che si trova al suo opposto.

il marketing della felicità

il marketing della felicità

 

Per me la felicità è uno stato di grazia interiore che viene inevitabilmente proiettato sul mondo, migliorandolo. Secondo Galimberti non si tratta di interiorità, ma di semplice elaborazione delle conferme positive sulla nostra identità, provenienti dal mondo esterno. A grandi linee significherebbe che quando va tutto bene sei felice e costruisci un’identità positiva, mentre quando la maestra ti dice che sei un cretino e a casa tua madre si dimostra d’accordo con la maestra, sviluppi un’identità negativa che proietterà infelicità e frustrazione all’esterno.

Galimberti sbaglia (ed è un paraculo), intanto perché non fa il filosofo, ma il sapiente – e lo sa che sono cose diverse – poi perché nel caso specifico dell’identità positiva, non considera che la felicità è indipendente dalla nostra storia. Puoi aver fatto la peggior vita possibile ed essere diventato un assassino o un suicida, oppure puoi aver “scelto” per te un’identità diversa nonostante tutto. E non è la sceneggiatura di un film diretto da Frank Capra, ma solo ciò che succede nel mondo ogni giorno.

Non ho detto che è facile, ma che succede.

 

Il futuro rubato e il declino delle civiltà

Il celebre sofista ha però probabilmente ragione quando dice che le civiltà declinano quando i loro costumi si corrompono. Per spiegare questo assunto racconta del disfacimento dell’impero romano, iniziato proprio nel momento di massima espansione. In pratica i cittadini Romani non producevano più niente perché vivevano agiatamente del lavoro nelle colonie e se c’era una guerra da combattere arruolavano soldati non romani, prendendoli sempre dalle terre conquistate. Fu questa stasi opulenta a portare sul trono di Roma l’imperatore Diocleziano, appunto un barbaro.

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Ora sarebbe un errore confondere l’opulenza che c’era a Roma in quel periodo storico con la felicità. Avere risorse non significa essere felici. È piuttosto una questione di prospettiva. È lo scopo a regalarci l’identità, quindi semmai il futuro, non il passato! È quando non hai futuro che ti impoverisci dentro e muori, non quando hai un passato fatto di disconferme sociali.

Allo stesso modo, la nostra civiltà occidentale sta declinando perché siamo tutti figli di un benessere che uccide le spinte al cambiamento. Insomma, finché puoi attingere da mamma e papà, perché compiere quello sforzo immane che richiede l’essere felici? Perché cercare se stessi in un futuro che per altro (si dice) ci hanno rubato? Tanto vale star fermi e aspettare che si insedi il nuovo Diocleziano. L’altra via è la felicità, quella di cui ti parlo tra un secondo, nel futuro.

 

Il marketing è nel futuro

Cosa c’entra il marketing in tutto questo? Non pensare al marketing fatto di calcoli, profilazione e logistica, ma a ciò che rende veramente forte un prodotto, cioè l’idea che potrai usarlo per esprimere al meglio il tuo potenziale di cambiamento della realtà. È solo una piccola spinta, una goccia nell’oceano, eppure di questi tempi può significare tanto. Non lo sai, ma circa 400 ragazzi del ceto medio si suicidano ogni anno solo in Italia, semplicemente perché non vedono niente davanti a sé. Alla TV non lo dicono perché occorre evitare il fenomeno dell’emulazione, ma le cose vanno così. Stiamo perdendo un’intera generazione di individui che oggi hanno tra i 15 e i 30 anni. Ecco perché siamo in declino.

Ora se la felicità è nel futuro, perché le aziende continuano a raccontarci il loro passato? Perché invece di continuare a menarsela sulla loro storia e sulle competenze acquisite, non spostano il focus sulla promessa di offriti un prodotto capace di ispirare davvero le persone a costruire qualcosa di nuovo? Apri il company profile di un’azienda italiana a caso e dimmi se le cose stanno in un altro modo.

 

Un orientamento per la tua comunicazione

Non descrivermi le cose che fai e che hai fatto, parla con me, aiutami a tirarmi fuori da questo stallo micidiale in cui vivo da sempre. E invece di prendermi in giro mostrandomi un mondo patinato in cui finirò magicamente acquistando i tuoi prodotti, chiedimi se sono felice. Non è il marketing delle illusioni quello che auspico, ma quello della felicità, quello in cui ci viene offerto un messaggio concretamente in grado di inquadrare una strada per me e per chi ho vicino. Quello in cui paradossalmente mi prendi a schiaffi per scuotermi e in cui non mi chiedi semplicemente di rinunciare ad accampare scuse, ma di accoglierle e lasciarle andare.

Un giorno il marketing non avrà l’obiettivo di aumentare le vendite promettendo di migliorare la vita delle persone, ma di aumentare le vendite solo a patto che le persone siano davvero felici. E ciò richiede un’assunzione di responsabilità enorme, perché la tecnica (le aziende) influenza l’economia, che a sua volta influenza la politica.

E così il mondo cambia, sul serio.

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