Racconti di Brand Design

Carlotta Silvestrini

Carlotta Silvestrini

Oggi parliamo di Brand design con il supporto di Carlotta Silvestrini, già esperta di web design e autrice di uno splendido libro tematizzato su Joomla, di un suggestivo colore verde mela. La storia di Carlotta è un’avventura fatta di attese, riposizionamento e consapevolezza dell’importanza del lavoro su di sé per affrontare le sfide del mercato di oggi.

 

Ciao Carlotta, ti va di raccontarci i tuoi attuali focus professionali?

Ciao Francesco! Io dopo molti anni di operatività mi sono verticalizzata sulla consulenza strategica di riposizionamento di marca. Prendiamo in carico aziende, prodotti, professionisti che sono in un punto specifico del loro ciclo di vita e cioè il passaggio dalla fase di maturità a quella di declino. In buona sostanza, quando le cose non funzionano più in termini di fatturati e marginalità, noi interveniamo per rilanciare il brand, che talvolta è solo un determinato prodotto o servizio, altre volte è l’intera azienda, più le sue linee di prodotto.

 

Ti sei sempre occupata di branding? Come hai cominciato?

Ho fatto prima 10 anni di sola operatività come grafica, web designer, curatrice d’immagine durante i quali mi accorgevo sempre di più che il mio valore non era operativo, ma strategico. Solo che la vendita del mero servizio faceva sì che il mio apporto consulenziale non venisse minimamente considerato, anzi. Da un lato io per prima non mi ero accorta di come nel tempo avevo coniugato le mie competenze tecniche a tutto il marketing che ho sempre studiato fin dalle superiori. Pensa che all’esame di maturità ho portato la SWOT Analysis! Poi un giorno succede una cosa che mi cambia la vita. Già da tempo nel mio vendere il web design mi ero specializzata in restyling, per spostarmi gradualmente verso il rebranding vero e proprio. Un giorno – dopo 3 mesi di lavoro gratis nella speranza di prendere un grosso cliente che doveva essere la mia “svolta” – mando un preventivo per consolidare anche contrattualmente tutto ciò che nei mesi precedenti avevamo pensato, studiato e abbozzato con tanto di naming per le linee di prodotto, loghi e strategie. Il cliente riceve il preventivo (sottocosto, se vogliamo dirla tutta), si complimenta con me per tutto il lavoro svolto e mi dice che a quel punto è già autonomo per farselo da solo.
Al che ho capito che la mia consulenza valeva. E ho finalmente avuto il coraggio di vendere il mio valore.

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Qual è la differenza tra curare un brand aziendale e uno personale?

A livello tecnico nessuna. Entrambi necessitano di un mercato pronto a recepirli e una comunicazione coerente e funzionale alla corretta diffusione e crescita. La differenza sta nel fatto che mentre un’azienda può muoversi con un’intera struttura, il libero professionista deve capitalizzare se stesso. E se non ha lui per primo preparazione e competenza e in seconda battuta doti da buon comunicatore, diventa un serio problema. Tutti abbiamo le risorse per fare ciò che vogliamo nella vita, ma non è detto che tutti le riusciamo a mettere in gioco con un ritorno sufficiente. Poi c’è la questione legata ai budget. Al giorno d’oggi, con la competizione che c’è online sia dal punto di vista dell’offerta che dell’advertising,

 

La timidezza è un ostacolo per il personal branding?

Io ero molto timida e sotto molti aspetti lo sono ancora. Posso dirti che sì, è un ostacolo. Ma per la mia esperienza personale e consulenziale ti posso garantire che il vero ostacolo sono le convinzioni limitanti, le insicurezze, le fragilità. Tutto quello che di tossico ci hanno messo in testa familiari, amici, colleghi. Ogni volta che ci è stato detto che non ce la potevamo fare, è come se si fosse creato un eco che rimbomba tutt’ora. Dobbiamo fare un grande lavoro su noi stessi per minimizzare il volume di quella voce interiore.

 

Un brand forte può posizionare meglio i propri contenuti su Google?

Sì. In tempi non sospetti (2009) sono sempre stata un’accesa sostenitrice dello scrivere per l’utente e non per Google. Un brand forte, ben pensato strategicamente, che comunica in modo adeguato, è più coinvolgente e di conseguenza Google per primo lo va a premiare. Io ho sempre lavorato in questa direzione: scrivere poco, ma bene. Scrivere solo quando si ha qualcosa da dire. Scrivere solo quando gli argomenti da trattare sono coerenti con il proprio posizionamento di marca. È stato premiante per me, lo è per i miei clienti, funziona.

 

SEO, immagine, sito web, social: qual è lo strumento principe nel branding?

Partiamo dal presupposto che “branding” significa creare un brand. Brand è innanzitutto qualcosa che ha un’identità di marca. Quindi tutto ciò che la veicola è uno strumento importante. Bisogna avere una propria identità, fatta di valori, obiettivi, visioni. Bisogna avere un’identità visuale (palette colori, loghi, stilemi) e un’identità verbale (tono di voce, payoff, slogan…). Tutto ciò va declinato su quelle che io chiamo interfacce e cioè i supporti visuali di ogni genere: siti, materiale pubblicitario, merchandising… Senza un sito web, in ogni caso, non  si va da nessuna parte. È fondamentale, insieme a un canale social preferenziale, da presidiare in modo costante e coerente. La SEO è fondamentale, come al giorno d’oggi anche l’advertising. a cosa serve fare un progetto meraviglioso… se poi nessuno sa che esiste?

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