Sonia Milan è una consulente AI & digital marketing strategist, esperta di SEO Avanzato & Growth, Formatrice e Giornalista Tech. Autrice di “AI Marketing – Potenziare il metodo Seth Godin con l’intelligenza artificiale”, ed. Il Sole 24 Ore.
Sono molto felice di riportarvi a seguire, le risposte che Sonia mi ha concesso in merito al suo libro e alla sua visione della contemporaneità digital.
1) Ciao Sonia, ci racconti i tuoi attuali focus lavorativi?
In questo momento il mio focus principale è la formazione sull’intelligenza artificiale nelle aziende. C’è tanta voglia di usare l’AI, lo vedo ogni giorno, ma anche poca consapevolezza, spesso proprio a partire dalle basi: cos’è un modello generativo, cosa può fare davvero, dove sbaglia, come si scrive una richiesta che porti valore. Per questo ho strutturato un corso base che dà a tutti i dipendenti e manager di un’azienda, indipendentemente dal ruolo, i fondamentali per lavorare con questi strumenti in modo consapevole. È il primo passo, e secondo me il più importante: senza una cultura comune, l’AI in azienda resta un giocattolo per pochi entusiasti.
Dopo questo primo step, in accordo con le aziende, costruisco percorsi verticali per le singole aree: marketing, amministrazione, vendite, customer care. Perché una cosa è capire come funziona l’AI, un altro è integrarla nei processi concreti di chi ogni giorno scrive un’offerta, gestisce una campagna, risponde a un cliente o deve fare analisi di bilancio.
E poi ci sono le mie attività storiche, che non ho mai abbandonato: il digital marketing e la SEO, che oggi peraltro stanno vivendo una trasformazione profonda proprio per effetto dell’AI. Le due anime del mio lavoro, consulenza e formazione, si alimentano a vicenda.
2) Come hai strutturato il tuo AI Marketing e a chi si rivolge?
L’ho pensato come un percorso, non come un banale elenco di strumenti. Si parte dai fondamentali (come ragionano i modelli generativi, cosa chiedere e cosa non chiedere, come si costruisce un prompt efficace) e si arriva alle applicazioni concrete sul marketing: analisi del pubblico, contenuti, e-mail, ascolto dei clienti, automazioni. La logica è la stessa del libro: prima il senso, poi lo strumento. Non ha senso spiegare a “produrre di più con l’AI”: è più utile imparare come usarla per capire meglio le persone e comunicare con più intenzione.
Il libro si rivolge a chi il marketing lo fa davvero, ogni giorno: team marketing aziendali che sono statai travolti dal fenomeno AI e hanno bisogno di una guida per ritrovare la rotta. Non servono particolari competenze tecniche (basta aver aperto quache volta ChatGPT, Claude o qualunque altro LLM), ma serve soprattutto la voglia di mettere in discussione il proprio modo di lavorare. Una parte importante del libro è pratica: dalla lettura si esce con prompt, metodi ed esercizi da applicare il giorno dopo, non con slide da archiviare.
3) Nel libro parli dell’AI come amplificatore, non come scorciatoia. Qual è il primo errore che vedi fare a chi la usa nel marketing?
Usarla per fare di più invece che per fare meglio. È il primo errore che descrivo nel libro ed è anche il più diffuso: “ora che ho ChatGPT posso scrivere dieci post al giorno”. Purtroppo la quantità non è una strategia e chi si affida all’AI per moltiplicare i contenuti finisce per saturare i propri canali con messaggi ridondanti e generici. Il pubblico se ne accorge subito, quindi scorre e ignora.
Il punto è che l’AI non ha urgenza, non ha una storia vera da raccontare, non ha un messaggio da difendere, ma esegue solo i nostri ordini, per cui se le chiedi rumore, produce rumore in modo impeccabile. Per questo motivo dico che è un amplificatore: amplifica la tua strategia se ce l’hai e amplifica il vuoto se non ce l’hai.
C’è poi un secondo errore, che è figlio del primo: delegare la propria voce. Pubblicare contenuti che potrebbero essere stati scritti da chiunque significa non essere ricordati da nessuno. L’antidoto è restare registi del processo e usare l’AI per farsi sfidare, per esplorare alternative, per migliorare i propri testi.
4) Perché hai scelto di rileggere il metodo di Seth Godin proprio attraverso l’intelligenza artificiale?
Data la mia età, faccio parte delle vecchia guardia del marketing e sono stata una early adopter dei primi strumenti di inteligenza artificiale destinati al grande pubblico. Un giorno mi sono chiesta: che cosa farebbe oggi Seth Godin con uno strumento del genere? Lui che parla di fiducia, rispetto, attenzione, empatia?
La risposta che mi sono data è che i suoi princìpi (il permesso, la tribù, la mucca viola, il marketing come storia) non solo reggono, ma sono urgenti oggi più che mai. Proprio perché oggi tutto può essere generato, replicato, l’unico modo per distinguersi è restare autentici. Seth Godin continua a darci la bussola, mentre l’AI ci dà la velocità: senza la prima, la seconda ti porta fuori strada più in fretta.
E poi c’era un vuoto da colmare: tanti libri tecnici sull’AI, tanti libri di strategia di marketing, nessuno che tenesse davvero insieme le due cose. Volevo un percorso che partisse dal senso e arrivasse alla pratica, non il contrario.
5) Tra prompt, strumenti ed esercizi pratici, qual è il passaggio che secondo te può cambiare subito il modo di lavorare di chi legge?
Ce ne sono due, uno concreto e uno culturale.
Quello concreto è la costruzione di quello che nel libro chiamo il “prompt madre”: fermarsi a definire per iscritto il proprio tono di voce (tre aggettivi, cosa evitare, come suonare) e usarlo come base di ogni richiesta all’AI. Insieme alla regola zero, cioè assegnare sempre un ruolo all’AI prima di chiederle qualcosa, cambia da subito la qualità di quello che ricevi. Questa pratica ha un effetto collaterale prezioso: per spiegare la tua voce a una macchina devi prima averla chiara tu, e molti scoprono solo in quel momento di non averci mai riflettuto davvero.
Quello culturale è il salto da “fai al posto mio” a “lavora con me”. Nel libro lo dico chiaramente: il vero salto non è tecnologico, è culturale. Quando smetti di trattare l’AI come un distributore automatico di contenuti e inizi a considerarla una voce in più nella stanza (da ascoltare, sfidare, correggere, valutare) tutto cambia. Il test finale, poi, resta umano: rileggi a voce alta quello che avete scritto insieme e se ti senti straniero rispetto alle tue parole c’è qualcosa non va.
6) In ultimo, ti va di lasciarci qualche link per restare aggiornati sul tema?
Ovviamente il blog di Seth Godin, la newsletter One Useful Thing di Ethan Mollick, il Marketing AI Institute, i report McKinsey, HubSpot e Salesforce, e Il segnale, la newsletter sull’intelligenza artificiale de Il Sole 24 Ore.




