La laurea ti servirà a qualcosa?

Ho un fratello più grande. Quando si laureò, secoli prima di me, gli amici gli regalarono il poster di uno scimpanzé seduto sul water. Di fianco aveva un rotolo di carta igienica su cui c’era scritto: “La laurea ti servirà a qualcosa?“. Ora, visto che qui parliamo del mondo Digital, vorrei tentare di rispondere a questa provocazione prendendo in esame il magico mondo delle università italiane che ogni anno produce laureati con competenze spendibili nel nostro meraviglioso mondo, che vanno dalle discipline legate alla comunicazione/marketing a quelle più tecnologiche attinenti alla sfera informatica.

Qualche giorno fa ho postato un video in cui l’amica Chiara Clemente, descriveva il nuovo corso di laurea in Computer engineering e artificial intelligence, costituito e promosso da Epicode, che sarà riconosciuto a livello internazionale, ma non dal MIUR, quindi almeno per adesso NON in Italia.

Non ti racconto questa cosa per fare pubblicità ad Epicode, anche perché non me ne entra niente, piuttosto ammetto di essere rimasto molto colpito dal tenore di un buon numero di commenti arrivati sotto il post, secondo cui quel percorso di studi non serve, perché non riconosciuto come laurea in Italia.

Ok, le considerazioni che seguono sono ignorantissime, quindi per carità, perdonatemi di esistere. Lo dico prima così nessuno si prende collera…

Ma le aziende tech italiane, ai colloqui di lavoro, richiedono un titolo di studi approvato dal MIUR? E quali aziende? E perché?

Soprattutto, ma in Italia, chi prende una laurea in informatica, poi va a fare i concorsi?

Lo ripeto, la mia è ignoranza. Non voglio fare insinuazioni, mi interessa proprio capire. Dal mio minuscolo punto di osservazione, ricordo un racconto di mio fratello, laureato in scienze dell’informazione, che oggi fa il manager qui con accordo quadro in una multinazionale che ha sedi anche in Italia. Ci raccontò di quella volta che in ufficio un collega gli chiese: “Vittò, ma tu sei laureato? Ma sul serio? Dai fico… e in cosa?”.

Poi c’è mio cognato, laureato in ingegneria informatica a Benevento (mitica UniSannio) che lavora come manager in Olanda per uno stipendio che qui da noi è fantascienza pura. Anche in quel caso sappiamo che il percorso di studi non venne proprio preso in considerazione durante i colloqui. Era bravo, molto bravo, sapeva l’inglese e l’hanno preso. Poi ci ha saputo fare e adesso è lì.

E quindi mi domando: ma come accidenti li fanno i colloqui di lavoro in Italia? Con davanti la lista dei corsi di laurea accreditati e riconosciuti dal MIUR? E se il percorso che hai concluso non rientra nel sacro elenco ti mandano via? Quindi non guardano a quello che sai fare? Beh, se è davvero così, mi spiego tante cose su questo benedetto Paese.

Ma quel che mi ha lasciato proprio sgomento è che sotto quel post nel gruppo dei Fatti di SEO su facebook sono arrivati un sacco di commenti di cui praticamente nessuno nel merito delle materie e dell’offerta formativa. Questo dimostra una volta di più – se ancora necessario – che in Italia la laurea è vista come un pezzo di carta che serve a trovare lavoro. Punto. E infatti ricordo un vecchio zio acquisito che la domenica a tavola diceva ai suoi figli: “laureatevi prima possibile, non importa in cosa, voi laureatevi, tanto comunque farete un lavoro che non c’entra niente con quello che avrete studiato“.

Vi risuona? Avete mai sentito un discorso simile? Ma sul serio avete (almeno) 5 anni da dedicare a un’università a caso?

Io mi sono laureato in sociologia, ma se vai a vedere cosa hanno studiato i SEO, ti accorgi che proveniamo da percorsi completamente diversi, quindi per chi fa il nostro mestiere, come (mi permetto) per chiunque faccia un qualunque mestiere del digital, spesso davvero non c’è alcuna pertinenza tra percorso di studi e attività lavorativa svolta. E ti sembra una cosa normale?

Tante “meritorie” Università Italiane, non solo ti fanno uscire del tutto impreparato, ma nemmeno si adoperano per metterti in contatto con le aziende. E francamente mi sono anche un po’ stancato di questa storia che l’università serve a formare il pensiero – poi per la formazione pratica si vede – perché la laurea è un titolo di eccellenza, quindi dovremmo aspettarci che quantomeno un laureato sappia fare qualcosa… e diamine!

Vorrei concludere con l’ultima parte di uno dei mille commenti arrivati sotto quel post: “In Italia non vige la meritocrazia specialmente nelle grandi aziende, ma solo il pezzo di carta che ti certifica del “passaggio” di livello. Per ora è così che si voglia o meno.” Punto, lapide, fiori.

Leggo queste parole e scorgo paura. Penso che c’è un’Italia che vorremmo, fatta di competenze vere, immaginazione, opportunità, e una che temiamo, in cui occorre trincerarsi dietro pezzi di carta e credenziali che alla prova dei fatti servono come una coperta in piuma d’oca a luglio.

Secondo me è un peccato che invece tante persone continuino a frequentare corsi di laurea “veri” per poi ritrovarsi a non saper fare niente. È un peccato che si debba discutere sull’opportunità di usare il termine “laurea” al di là di valutare gli sforzi messi in campo per mettere in piedi un percorso di studi finalmente allineato con le esigenze del mercato. Sono volati termini pesanti, per tentare di smontare un’iniziativa che si propone di risolvere un problema reale. Lo stesso problema che inchioda l’Italia al pezzo di carta senza se e senza ma. È paradossale.

E quindi, la laurea ti servirà a qualcosa? Se ti insegnano robe utili sì serve, ma a scanso di equivoci, non chiamiamola laurea, chiamiamola “Filippo”, così da oggi puoi finalmente filipparti in informatica…

I Paesi con più storia, sono quelli che impiegano più tempo a liberarsene.

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