Web e Mobile Journalism, raccontato da Alessandra Ortenzi

Alessandra Ortenzi

Alessandra Ortenzi

Alessandra Ortenzi, informatico, ghostwriter, giornalista pubblicista ed esperta in strategie digitali per lo sport, ha attraversato l’evoluzione dei sistemi di comunicazione dal 1990 ad oggi, sperimentando e affiancando l’amore per la scrittura sportiva con la passione per l’informatica, il digitale, la programmazione, le logiche e le evoluzioni socio/psicologiche dell’approccio dell’individuo alla tecnologia.

Le ho chiesto di raccontarci le logiche e le aspettative dietro al suo lavoro su Web e Mobile Journalism, edito da Maggioli per la collana Digital Generation.

 

Ciao Alessandra, ci racconti i tuoi attuali focus lavorativi?

Spesso è complesso rispondere alla domanda che ruota attorno alla mia professione. Lavorando come consulente, con skills a cavallo tra la tecnologia, il giornalismo e lo sport, mi trovo a ricoprire incarichi molto diversi. Da anni insegno nei percorsi di specializzazione e nei master in Marketing e Management dello Sport e spesso mi occupo anche di formare le figure che lavorano negli uffici stampa sportivi. A questo affianco la mia attività autoriale, sia personale sia come ghostwriter, e quella di editor e correttore di bozze di libri tecnologici e di marketing. Devo ringraziare Maurizio Vedovati per avermi fatto scoprire quanto sia importante ed entusiasmante che il mio lavoro costituisca una parte del processo creativo di un libro. In questo momento, sul fronte delle PR sportive, sto ricoprendo l’incarico di sports consultant per Omnicom nel progetto delle Olimpiadi Invernali di Pechino 2022 e Discovery Italia, assieme al mio collega Davide Janes con cui ho già avuto il piacere di lavorare in IQUII.

 

Quali sono invece i focus del tuo “Web e Mobile Journalism”?

Web & Mobile Journalism è un libro che vuole mettere in luce due aspetti legati al giornalismo moderno: l’aspetto puramente tecnico/tecnologico, che ho curato personalmente e l’aspetto normativo, scritto dalla mia co-autrice Federica De Stefani, Avvocato, esperta in diritto delle nuove tecnologie. Dal punto di vista tecnico, Web & Mobile Journalism approfondisce il MOJO come l’accezione più attuale del giornalismo. Il libro offre, a coloro i quali vogliono cimentarsi nella più moderna declinazione dell’attività giornalistica, gli strumenti adatti per realizzare reportage, interviste, articoli e ogni tipo di contenuto. L’obiettivo è guidare il lettore dalla scelta dell’attrezzatura all’uso delle app e SAAS, dall’utilizzo di Instagram per il MOJO alla guida per realizzare e diffondere progetti di MOJO attraverso Podcast. A completamento di ciò, per ogni capitolo affrontato, c’è l’approfondimento normativo per comprendere cosa è lecito produrre e secondo quali limiti imposti sia dalle piattaforme sia dal diritto legato alle nuove tecnologie e a Internet.

 

Quali sono le principali differenze tra giornalismo pre e post digitale?

La differenza è data solo dal mezzo. E al mezzo (anzi “ai mezzi”) è legato il ruolo che il lettore ha assunto con il tempo. Nel libro ho inserito la testimonianza del collega Daniele Chieffi che, da me intervistato, ha riportato esattamente l’evoluzione del giornalismo attraverso tre decadi. Il lettore ha assunto, con l’evoluzione della Rete, una posizione sempre più dominante rispetto alla produzione della notizia. La capacità di intervenire e interagire che quest’ultimo ha conquistato con i social, ha spinto le testate editoriali e i giornalisti a soffermarsi maggiormente sulla verifica delle fonti e sulla costruzione della notizia. Mi sento di tracciare una linea definita affermando che, mentre prima il giornalismo era espressione di una cultura monodirezionale, oggi siamo davanti a un fenomeno di bidirezionalità che affina la capacità del giornalista nella produzione delle notizie e coinvolge sempre più il lettore nella costruzione delle storie.

 

Come cambia il concetto di etica giornalistica nel dominio digitale?

Non dovrebbe cambiare. Questo è un punto fermo sul quale non ho avuto e non ho ripensamenti. Anzi. Il giornalismo attraverso i social deve ancor di più mantenere il legame stretto con l’etica del mestiere. Rispondendo alla tua seconda domanda sui focus del libro Web & Mobile Journalism, non ho fatto cenno all’etica giornalistica, che invece ho affrontato più volte nelle pagine del testo. Questo perché l’etica giornalistica fa parte del mestiere e prescinde dai mezzi. Il giornalista è colui che deve riportare la realtà dei fatti, scrivendo nel rispetto della verità e di coloro i quali leggeranno la notizia.

 

Come capire di chi fidarsi se anche le grosse testate fanno titoli vuoti e clickbait?

Gli utenti dei social media sono diventati molto sensibili rispetto a riconoscere le pratiche legate al click baiting. Sono cresciuti e non è facile che cadano più tanto spesso nel tranello dei titoli “acchiappa click”. Questa pratica può aver indotto in errore le persone fino a un paio di anni fa: è un altro cambiamento percettivo che dobbiamo alla pandemia. L’aver trascorso molto tempo a fare “analisi” delle numerose notizie sui temi sanitari dell’emergenza e oggi sui vaccini, ha fatto crescere anche il lettore. La cosa paradossale è che le piattaforme editoriali non sempre sembrano essersene accorte e alcune continuano a perseverare. Ma se analizzassimo le conversazioni sotto tali post ci potremmo rendere conto da soli che le persone hanno sviluppato astio e livore contro la stampa che non tiene conto della loro sensibilità e cultura digitale conquistata dal 2020 a oggi. I lettori sono diventati più raffinati nella percezione dell’informazione da parte dei media (vecchi e nuovi). Certo poi sarebbe utile capire come le interazioni (l’engagement) sotto tali post vengano “vendute” dalle piattaforme agli investitori e quanto il tasso di apertura dei link sia effettivamente crollato. Ma questo è un dato che possono conoscere solo le testate, proprietarie dei profili.

 

Infine come restare aggiornati sui temi del giornalismo digitale?

Io, come altri colleghi, ci occupiamo dell’evoluzione del giornalismo attraverso i nuovi media, quindi potete seguire me e la mia newsletter su LinkedIn o i profili di chi si occupa di MOJO (Per esempio il collega e concittadino Alessandro Allocca che del MOJO ha fatto la sua professione come corrispondente digitale moderno da Londra per Repubblica). In Italia ci sono un paio di manifestazioni alle quali vale la pena partecipare: IJF, International Journalism Festival di Perugia, che quest’anno tornerà in presenza in aprile, e il MOJO Italia Festival a maggio a Roma. Poi quello che posso consigliare è il monitoraggio delle testate più importanti del panorama internazionale: Il New York Times oppure il fenomeno del giornalismo inglese espresso da Metro, il quotidiano gratuito e più diffuso o l’Evening Standard che ha una bella app aggiornatissima. Poi c’è la stampa sportiva che trionfa su Instagram come il profilo di Sports Illustrated e il fenomeno tutto italiano di Will Ita che si pregia di avere da poco nel board anche Paolo Iabichino.

Il consiglio che posso dare è leggere le news, analizzare come cambiano i registri di comunicazione e gli strumenti di diffusione e sperimentare per poter comprendere come funzionano social media, CMS e app utili per costruire contenuti di giornalismo mobile moderno.

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