Il paradosso di Warhol

Qualche giorno fa sono stato contattato dall’amica e collega Maria Pia De Marzo che essendosi accorta della nuova (ennesima) riproposizione dello screenshot del coprywater tra le pagine umoristiche su Facebook e Instagram, ha constatato che la permanenza nel tempo e la periodicità di esposizione di quel post sono una bella traccia di come uno screenshot possa viaggiare di telefono in telefono senza che chi di dovere operi la benché minima citazione delle fonti.

Lo screenshot in questione gira dal 2017, anno in cui pubblicai un test sul mispelling. Volevo vedere se e in che misura, Google attribuisse rilevanza a una pagina web per una chiave il cui termine principale presentava un refuso. In soldoni, se al posto di copywriter scrivo sempre coprywater è possibile posizionare una pagina per la chiave diventare web copywriter?

La risposta è sì, infatti ancora oggi la pagina è lì per quella chiave, prova a cercarla. Ora però non mi aspettavo che quel mio post sarebbe diventato virale al punto da finire sulle principali pagine umoristiche italiane. Ciò può certamente aver falsato il mio test, perché tanta visibilità avrà generato segnali di rilevanza di ogni tipo, ma queste sono cose che negli ultimi anni ho già scritto e detto in qualunque contesto.

In Italia non ti cita nessuno

Nelle università, alle conferenze e nei master, si fa spesso riferimento a questo mio caso studio e nel digital ormai si sa che è una roba sviluppata da me, seppure beninteso, il termine coprywater esiste già da una vita come sfottò per i copy.

Sì sa, eppure le pagine umoristiche, anche quelle proprio famose, continuano a riciclare almeno una volta l’anno quello screenshot che ormai si sta sgranando tanto è vecchio. Non mi citano mai. Ora, pensare che dal 2017 non abbiano capito che si tratta di un contenuto del mio blog è certamente possibile, ma francamente imbarazzante. A partire da qui, faccio alcune riflessioni:

Sotto il mio screenshot condiviso da queste pagine arrivano centinaia di commenti, molti dei quali da persone che mi conoscono e fanno (gentilmente) notare che si trattò di un test sviluppato dal sottoscritto. Chi gestisce le suddette pagine non legge i commenti, fa finta di non leggerli, oppure li legge, ma non gliene frega niente. Dal 2017.

Sempre le suddette pagine ripropongono il celebre screenshot almeno una volta l’anno, il che la dice lunga sull’originalità e sullo studio dietro ai piani editoriali di questi progetti web. La dinamica è spesso la seguente: una pagina umoristica ripesca da qualche cassone lo screenshot e lo pubblica, ovviamente senza citarmi, poi a giro arrivano altre pagine che prendono lo stesso screenshot e ci fanno un post, sempre senza citare la fonte. Dal 2017.

La stessa Maria Pia, che di social è un’esperta vera, si rammarica di come ormai siamo abituati a tutto. Aveva fotografato un cartellone con la pubblicità che citava “I bagni sono fatti per cag…” e di contro la sua foto era girata ovunque senza citazione. Spesso chi condivideva l’immagine otteneva persino un riscontro maggiore.

Ora io voglio anche capire che l’origine del mio sceenshot (del 2017) non fosse chiara, ma quello che è capitato a Maria Pia è la (triste) normalità. Va bene che una volta postato online un contenuto diventa di tutti – in effetti va bene, ma non benissimo – ma c’è questo individualismo egoico strisciante per cui se qualcuno fa qualcosa di bello o interessante, piuttosto di farlo sapere, il primo pensiero di tutti è capire come essere fonte di quella luce e non come guadagnare visibilità semplicemente riflettendola, come sarebbe giusto.

Lo sa bene Google che in regime di helpful content update ha cominciato da mesi a ridurre la visibilità per quei siti web che pur potendo citare le fonti delle notizie scelgono di non farlo.

Perché ti rubano i post senza citarti

Come scrivevo in passato, c’è troppa autoreferenzialità. Warhol disse che “in futuro” tutti avrebbero avuto i propri 15 minuti di celebrità. Ora ci troviamo paradossalmente nell’epoca in cui la celebrità è sempre potenzialmente alla portata di tutti e questo fa paura, perché al tempo dei social network siamo condannati a essere famosi o quantomeno interessanti. E dobbiamo esserlo a tutti costi, pena l’oblio.

Secondo me il problema nasce da questo bias percettivo. Se ne esce allenandosi “a sparire”.

È lì la consapevolezza. Sparire. Il mondo sarebbe un posto migliore, se sapessimo semplicemente…

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